Ode al cacio

Ode al cacio

Ode al cacio

Capita che i gusti cambino nell'arco della vita e in ambito culinario spesso maturano , si evolvono verso strade che nemmeno ci si era immaginato di poter percorrere . I sapori dell'infanzia rimangono speciali , perchè ci riportano quasi sempre ad un periodo felice della nostra esistenza e che si tende a volte ad idealizzare , in quanto si sa che non potrà mai più tornare. La vita continua , si suol dire , e per il palato può diventare un'avventura ricca di novità giorno dopo giorno , a patto di liberarsi degli stereotipi e di ritrovare quella curiosità e quell'ansia di vivere tanto cara ai bambini . Cambiare si può e anche si deve ad un certo punto : cambiare non vuol necessariamente dire che prima stavi sbagliando , ma semplicemente che stai prendendo coscienza di quello che ti sta intorno , a 360° . Per quello che riguarda me , per cambiare e poter guardare verso nuovi orizzonti , ho dovuto togliermi la puzza da sotto il naso sotto tanti aspetti e , come spesso succede , il gusto è metafora di vita . Già , perchè da bambina avevo una repulsione verso qualsiasi tipo di formaggio che non fosse quello che mi scioglievano nella minestrina e mi tappavo il naso ogni volta che la scatola dei formaggi lasciava il frigo e arrivava sulla tavola : mio papà era solito chiudere così le sue cene e io non capivo come potesse sopportare l'odore di tutti quei formaggi che con placida soddisfazione mandava giù , quasi fosse l'ultimo boccone della vita.

Allora come può una come me , anche solo pensare di mettere nero su bianco qualcosa di positivo , un'ode addirittura , verso il cacio ? Semplice , sono cambiata e ho visto le cose da un'altra prospettiva e all'inizio non è nemmeno stato merito mio . Infatti il mio amore verso il formaggio è iniziato a Sant'Ilario di Baganza , un paesino vicino a Felino (quello del salame) in provincia di Parma , dove i miei genitori avevano rilevato un'azienda agricola : un centinaio di mucche, una stalla avveniristica , il sapore e il calore del latte appena munto , che ogni giorno veniva raccolto e utilizzato per la produzione del Parmigiano Reggiano . Anche ora , a distanza di quasi trent'anni , ogni volta che ne mangio un pezzetto e ne riconosco quella nota pungente , quasi piccante che lo caratterizza , il mio pensiero torna a quelle poche (purtroppo) estati passate a vedere le mucche tutte in fila , che aspettano ordinate di farsi mungere e l'odore dello stallatico che avvolgeva tutto in maniera così materna .

Il mio cammino è proseguito con le caciotte umbre , durante le vacanze dell'adolescenza , è continuato, durante i miei primi anni lavorativi, a contatto con la Puglia e le mozzarelle di San Severo e il Caciocavallo. Poi in questi ultimi cinque anni ho avuto la fortuna di calcare gli itinerari della Chiantigiana e della Val d'Orcia e ho scoperto il pecorino toscano da quello fresco a quello più stagionato e mi si è aperto ancora un altro mondo di sapori e colori e profumi . L'estate scorsa ho visitato per la prima volta Pienza , la città perfetta del medioevo , ci siamo fermati a pranzare io e mio marito e davvero basta un attimo per capire che sei propio nella "città del cacio" , dove perfino l'aria ha un profumo diverso , che ti ricorda il pecorino . Il mio crostone ce l'ho ancora in mente : una grossa fetta di pane toscano spessa un centimetro, con cacio di Pienza sciolto in forno e tartufo nero , che mi sono letteralmente sbaffata alla faccia del mio giro vita e che si è aggiudicato senza ombra di dubbio un posto d'onore nella mia personalissima top ten del gusto .

Per il momento mi devo fermare qui nella mia ode al cacio , in attesa di percorrere nuove strade o di ritrovare sapori che ben conosco e che amo ; voglio terminare con una ricetta semplice della tradizione toscana, che si basa su pochi ingredienti e che si adatta bene a qualsiasi cucina : da quella del single a quella della famiglia numerosa , perchè il cacio è democratico , non ha mica la puzza sotto il naso , lui !

 

Pici cacio e pepe

Ingredienti

per una persona

Per i pici (puoi usare anche quelli già pronti)

80 gr di semola di grano duro rimacinanata

30 ml acqua

1 pizzico di sale

Per la salsa

25 gr di pecorino toscano stagionato grattugiato

pepe a piacere (per me è una quantità generosa) da macinare al momento

 

  • Metti la semola e il sale in una ciotola e comincia pian piano ad aggiugere acqua e ad impastare . La dose dell'acqua varia a seconda dell'umidità dell'ambiente in cui ti trovi , quindi potresti aver bisogno di aggiugerne ancora un pochino . Impasta fino ad ottenere una pallina liscia ed omogenea , avvolgila nelle pellicola e falla riposare in frigo un'oretta.

     

     

     

     

  • Stendi la pasta in un disco di 1/2 cm di spessore , taglialo a metà e poi in tanti bastoncini di 10 cm x 1 cm . Prendi un bastoncino , arrotolalo sotto il palmo delle mani e allungalo fino ad ottenere un filoncino lungo 40 cm . Prosegui così con tutti gli altri bastoncini.
  • Cuoci i pici in acqua bollente salata per 4 min. oppure , se li hai comprati, segui i tempi di cottura indicati sulla confezione.
  • Nel frattempo macina il pepe a seconda dei tuoi gusti in una ciotola e aggiungi il pecorino grattuggiato , allunga con qualche cucchiaio di acqua di cottura dei pici , per ottenere una cremina . Scola i pici e mescola il tutto nella ciotola e impiatta .

     

     

     

     

     

     

 

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